Reportage

Le Foppe, l'alpe di Fiori
05 04 2020
Nessun visitatore può rimanere deluso, tante e tali sono le attrattive che la valle Spluga può offrire. Paesaggi, animali selvatici e boschi, api, cicale, cavallette e grilli che si odono cantare nei mesi estivi. Alle affascinanti bellezze naturali si affiancano le particolari caratteristiche architettoniche di borghi antichi, mulattiere e sentieri magnificamente acciottolati. Un vero patrimonio storico, culturale ambientale di enorme valore. Questo idillio, per l’uomo del terzo millennio, spesso costretto a spazi minimali, al frastuono e al caos delle città, può diventare facilmente realtà. Pochi sanno, infatti, che ad un’ora di cammino da Fraciscio qualcuno ha dato corpo ad un sogno; l’alpe delle Foppe. Se amate luoghi antichi e solitari, allora una visita alle “Foppe “ è d’obbligo. L’escursione può iniziare a piedi dal parcheggio presso il cimitero di Fraciscio oppure più facilmente da Motta con un semplice traverso a mezza costa in 30 minuti. Dalla Casa Alpina di Motta è visibile a sud la pista pianeggiante che taglia i prati lungo la sponda occidentale del pizzo Groppera, la percorriamo sino ad un bivio dove teniamo la destra in discesa. In breve incrociamo la ciclabile recentemente realizzata che arriva da Fraciscio e poco oltre, dopo un breve tratto nel bosco, eccoci nella bella e ordinata radura ove sorgono le baite dell’alpe. Salendo da Fraciscio, lasciato il parcheggio, camminiamo in via delle Soste sino ad incontrare la palina segnavia e la stradina che volge a sinistra. In sostanza andiamo a percorre la “nuova”e comoda pista ciclabile che, con una lunga serie di tornanti su pendenze a volte piuttosto impegnative, si snoda attraverso un magnifico bosco di larici e abeti. Godendo di spettacolari vedute, quando il bosco dirada, sul pizzo Stella, la valle della Rabbiosa, il Calcagnolo e le più lontane cime delle alpi Lepontine, raggiungiamo in un’ora circa il sentiero che viene da Motta. Lo seguiamo svoltando a destra per raggiungere le Foppe. Il bosco dirada e lo sguardo può abbracciare la radura e le vette circostanti. E’ un incanto, è l’alpe perfetta! I prati d’intorno ben rasati, un ordinato orticello, una moltitudine di coloratissimi fiori che adornano alcune baite finemente ristrutturate. Nell’aria un gradevole aroma di legna che arde si confonde con il profumo del fieno sotto il sole, la risata argentina di una bimba, un’ascia che batte sul ceppo, tutto concorre ad evocare il piacere della quiete e ritmi di vita ormai appartenenti al passato. Una sosta è imperativa. E’un piacere indugiare sul bel prato, inondati dalla luce del sole che sembra giocare infiltrandosi fra le baite illuminandone le strutture e i balconi splendidamente fioriti. Lontano, con i suoi scintillanti canaloni ancora innevati, il pizzo Stella sembra sorridere. *** Mi avvicino un poco titubante, non voglio interrompere la tranquilla quotidianità di queste persone. Un bel cagnone viene ad annusarmi, un signore mi osserva …, un buongiorno, un sorriso, alcuni convenevoli ed è subito sintonia. Diego e sua moglie Valentina chiacchierano volentieri e io piacevolmente incuriosito li incoraggio a raccontare. … Tutto ha inizio quasi casualmente negli anni 90 quando Valentina, giovane sposina, mostra al marito la radura e i ruderi delle baite appartenenti ai suoi avi. In famiglia se ne discute da qualche tempo, hanno delle offerte e si tratta di vendere ad imprese foreste oppure di impegnarsi a recuperare la radura e inizialmente almeno una baita. Dopo una serie di sopralluoghi Diego ne vede le potenzialità e apprezza la tranquilla bellezza del luogo. Sbrigate le opportune pratiche burocratiche iniziano i lavori. Fatica e sudore per liberare la radura da piante infestanti, erbacce e macerie, tutto forza di braccia e carriola. Solo per il tetto e la sabbia si utilizza l’elicottero, tutto il resto viene trasportato con infinite “carriolate” dalla fine della pista proveniente da Motta alle Foppe. Si ricorda ancora Diego, dei passi necessari,aggravato dal peso, per arrivare alla baita. Ben 8oo passi da “alpino” in forma, altrimenti circa mille quando sfiatato. Dalla fontanella 150 passi precisi. Cosi come ricorda sorridendo compiaciuto la moglie Valentina, >, che con innata abilità e destrezza si improvvisava pavimentatrice utilizzando pesantissime piotte. >, le diceva. E gli amici che nel tempo libero hanno fattivamente aiutato. Ci vuole anche fantasia, per trasformare in un gioco di rapidità (con tanto di cronometro), la monotona fatica dell’andirivieni con le carriole cariche di materiali. Sacrifici, impegno, denari, amore per le proprie origini hanno contribuito alla realizzazione di un sogno. Sogno che è fruibile, in tutta la sua bellezza, anche per i viandanti che hanno la fortuna di passare dalle Foppe, l’alpe dei fiori.
GENOVA E LE SUE BELLEZZE !!!!!!!!
03 04 2020
Genova e il suo centro storico.. i caruggi, il mare, trofir...fugassa….e...……….riprese diurne e notturne...i vicoli stretti e pieni di negozi ti portano al mare per assaporare un bel pezzo di f?gassa seduti su una panchina
Bondeno con le ciaspole
02 04 2020
Percorrendo nel corso degli anni gli innumerevoli sentieri che la valle Spluga offre agli escursionisti, sono giunto alla conclusione che questa è una valle per intenditori dal fine palato. L’avveduto viandante, alla ricerca di ampi orizzonti e di qualche momento di riflessione lontano dai frastuoni della città, avrà l’opportunità di camminare in ambienti solitari quanto affascinanti, immerso nei silenzi di una natura ancora incontaminata. Dalle impegnative vie in alta quota ai più elementari sentieri, sempre fra suggestivi scorci panoramici potrà esplorare in tutte le stagioni, utilizzando le fide pedule o le ciaspole, le numerose valli laterali che compongono il bacino della stupenda valle Spluga. Una piccola splendida perla, fra le tante disponibili, è la facile escursione invernale che da Fraciscio conduce all’abitato di Bondeno e all’omonimo motto panoramico posto sul lato orientale della valle. La gita ha inizio dal comodo parcheggio nella caratteristica piazza di Fraciscio raggiungibile lasciando la SS36 all’altezza della chiesa di Campodolcino, appena prima del ponte sul torrente Rabbiosa. Lasciata l’auto, una stradetta di fronte alla chiesa ci invita in discesa verso il negozio di alimentari che lasceremo alla nostra destra e poi verso un lavatoio recentemente ristrutturato. Seguiamo l’evidente traccia che adduce al fondo della valle e a due ponticelli sulla Rabbiosa, quindi ci dirigiamo a sud in leggera salita, costeggiando e attraversando un bel bosco di larici, sino a raggiungere le case di Mottala. Poco oltre, se non coperto completamente dalla neve occhieggia il laghetto della “Palu del fen”, antica torbiera interratasi nel tempo e ora riportata alla precedente condizione con un estetico laghetto. Incrociamo qui la strada proveniente da Campodolcino, percorribile in inverno sino a Gualdera. Nel periodo estivo la stessa prosegue divenendo “consortile” sino a Bondeno. Eventuali permessi sono disponibili presso il ristorante Montanina o il Miramonti di Gualdera. Raggiunta la bella piana di Gualdera, la attraversiamo e sempre in direzione sud imbocchiamo la “consortile” per Bondeno. Consiglio a chi fosse dotato di una minima capacità di orientamento di evitare la comododità della strada e di salire per dossi, così da assaporare la sensazione di “montagna” che il silenzio, il magnifico bosco di larici e la neve scintillante, ci trasmettono. L’orizzonte, prima nascosto dai larici, lentamente si apre sull’ampio e assolato dosso ove sorge Bondeno di dentro. L’alpe, ancora abitata nel periodo estivo, è costituita da bellissime baite interamente in pietra, alcune delle quali ben ristrutturate, nel pieno rispetto della tradizione ed esempio di un patrimonio rurale da conservare a tutti i costi. Proseguiamo raggiungendo in breve Bondeno di mezzo, la cui singolare chiesetta risalente al 1805 e dedicata a San Giacomo il Maggiore, è ulteriore testimonianza della grande fede religiosa che caratterizza nei secoli la popolazione valtellinese e trova espressione in una incredibile quantità di chiesette, cappelle, immagini sacre, edificate anche ad alte quote. Risaliamo ora un bel dosso che adduce alle baite di Bondeno di fuori in un ambiente molto rilassante, godendoci senza preoccupazioni l’aria tersa, il tepore del sole, ma sopratutto la strepitosa vista offerta a occidente dal gruppo delle Camosciere e a nord-ovest dalle più alte cime della valle, dal pizzo Quadro al pizzo Tambò. Con un ultimo sforzo, attraversando una pineta guadagnamo il panoramico Motto di Bondeno, prestando però attenzione all’evidente canalone sul versante est del Calcagnolo che periodicamente scarica gli accumuli di neve in eccesso. Il A est immersa nella neve, l’idilliaca visione dell’alpe Avero, sovrastata dal pizzo Alto, e a sud la Valchiavenna, il monte Legnone e le cime dell’alto Lario. Il rientro per la stessa via, variando a piacere il percorso alla ricerca di nuovi ed ameni panorami.
FRIULI VENEZIA GIULIA
30 03 2020
Una regione di cui poco si parla ma che tanto nasconde e custodisce. Proprio come i Friulani, sfuggenti, riservati, ma simbolo di lavoro, di ricostruzione. Ed è qui che si celano molte meraviglie della nostra penisola, decisamente poco pubblicizzate, e forse anche per questo ancora più affascinanti. Terra dei Carni, dei Romani, dei Longobardi, dei Franchi e di altre dominazioni, il Friuli ha assimilato tutte queste culture che lo hanno reso originale, forte, unito, autonomo, addirittura con una sua propria Lingua riconosciuta, ma che purtroppo le nuove generazioni stanno un po’ mettendo da parte. Gli inverni qui non sono più rigidi come un tempo, le estati fin troppo afose, autunni e primavere piovosi. Terra di grandi laghi, di fiumi con ecosistemi unici, terra di pascoli e lagune, terra di vette non molto alte ma non facilmente accessibili, terra bagnata da un mare che richiama turismo da tutta Europa, terra di castelli, terra di boschi e grotte, terra di animali protetti, terra di tradizioni e di specialità culinarie . Dal Carso al Tarvisiano, dalla Carnia alle Dolomiti, dalle Risorgive ai Magredi, ogni angolo di questo piccolo gioiello ha dei tesori inestimabili da offrire.
MASAI
29 03 2020
Masai. Basta questa parola per volare con la fantasia sulle infinite pianure della Rift Valley Africana, fra Kenia, Tanzania e Mozambico. Basta questa parola per rivedere con gli occhi della memoria la scena del film “La Mia Africa” dove, in lontananza, compare un drappello di guerrieri che corre compatto e silenzioso. Saranno 8-10 uomini, con scudi, lance, paramenti e colori di guerra; filano via sotto il sole cocente senza lasciare una goccia di sudore sulla terra rossa. Filano via senza girarsi, senza cambiare ritmo di corsa, impugnando le loro pesanti e antiche armi diretti verso uno scontro sanguinoso con altri uomini ugualmente forti ed efficienti oppure lanciati all’inseguimento di una belva che la notte prima ha decimato un gregge di pecore protetto solamente da un recinto fatto da rami di acacia spinosa. Al giorno d’oggi non è rimasto molto dello spirito guerriero e nomade di queste popolazioni scese verso sud dalle valli del Nilo circa quattrocento anni fa; molti dei clan hanno lasciato le abitudini di allevatori transumanti per uno stile di vita stanziale causato dal passaggio da una forma di sostentamento legata all’allevamento a quello più rassicurante dell’agricoltura. Ancora rimangono in alcune aree della Tanzania gruppi seminomadi che vivono attorno al cratere Ngoro-Ngoro oppure nella immensa pianura del Serengeti. Qui ancora è possibile incontrare grandi mandrie di zebù scortate da uno o due uomini che indossano la shuka, la caratteristica veste fatta da due o tre panni di cotone così simili al kilt scozzese proprio perché adottata dopo la colonizzazione britannica. Vanno ancora in giro con una lunga lancia spesso portata appoggiata di traverso sulle spalle anche se sempre più spesso i sandali di cuoio sono sostituiti da calzature confezionate con vecchi copertoni di automobili e orologi digitali hanno preso il posto di braccialetti tribali fatti di pelle e ossa. Nonostante questo, è sempre bello incontrarli. Alti, sottili, neri come la notte, ridono poco e non danno molta confidenza. Incutono soggezione anche se, invece dalla lancia, impugnano una vecchia stecca e si sfidano a biliardo attorno ad un tavolo sgangherato appoggiato sul ciglio di una strada polverosa. Ci sono ancora villaggi le cui case sono fatte di rami, fango e sterco bovino anche se sempre più di frequente questi insediamenti sono formati da cubi fatti di mattoni e lamiera ondulata. Sanno accendere il fuoco con legno paglia, ma nella sacca di pelle di pecora tutti hanno un vecchio cellulare e spesso anche una power bank per non rimanere con la batteria scarica. Segni dei tempi che cambiano, anche nelle sconfinate savane africane. In meglio o in peggio proprio non saprei dire. Però anche oggi, quando mi capita di incontrarli con il telefonino incollato ad un orecchio oppure a cavallo di una moto sgangherata e rumorosa, non posso fare a meno di immaginarmeli mentre corrono, concentrati ed eleganti, sotto il sole che brucia a sud dell’Equatore.
Nel Mio Giardino...
26 03 2020
Cosa puoi fotografare nel tuo giardino...